L’eredità del “Profeta”


Questo articolo, scritto brillantemente da Rinaldo Salino, era stato commissionato da me per celebrare quello che sarebbe dovuto essere il 69mo compleanno del “Profeta”. Lo ripropongo qui perché credo sia una sorta di manifesto per le nuove generazioni. (source: http://www.redbull.com/it)

Johan Cruyff

1 – GENIALE
Il “click” è uno stato mentale prima che un’azione, una presa di coscienza, una molla che ti scatta nella testa e ti porta a fare cose che non credevi di poter fare, superando i tuoi limiti. Spesso nasce da un trauma o dal tentativo di lasciarsi alle spalle una difficoltà, altre volte semplicemente dal… genio. Nell’epica Serie TV “Breaking Bad”, al Professore di chimica Walter White il “click” scatta quando gli viene diagnosticato un cancro ai polmoni. Oppresso da una vita alienante, paradossalmente Mr. White trova una via quando capitalizza le sue conoscenze in chimica per mettersi a cucinare metanfetamina purissima insieme all’ex allievo Jesse Pinkman, in una folle e drammatica vita parallela. Nella pluripremiata “Mr. Robot”, invece, forse la serie più bella degli ultimi anni, sono paranoia e allucinazioni a guidare la mente di Elliot Alderson, un giovane sociofobico, depresso e dipendente da morfina che sfrutta le sue abilità di ingegnere informatico per diventare una sorta di “giustiziere telematico”, hackerando senza tregua persone fisiche e Grandi Imprese. Ma c’è anche la vita reale, nella quale un ragazzino di vent’anni, Mark Zuckerberg, insieme ad alcuni suoi compagni di college nel 2004 si inventa Facebook, un social network che di lì a pochi anni cambierà la vita di milioni di persone nel mondo. E nella vita reale c’è anche Johan Cruyff, un ragazzino che nel ’59, a soli 12 anni, perde il padre per un attacco cardiaco e vede la madre costretta a cedere la casa e l’attività di famiglia, un negozio di prodotti ortofrutticoli che i Cruyff gestivano da tre generazioni. Il piccolo Johan, calciatore in erba, lascia gli studi e decide che l’unico modo per onorare la memoria del papà e regalare tranquillità alla mamma è quello di diventare… l’attaccante più forte di tutti i tempi.

2 – CREATIVO
Il magazine francese “So foot”, una sorta di bibbia del pallone, ha paragonato le figure di Johan Cruyff e David Bowie, entrambi classe ’47, entrambi fatalmente scomparsi a breve distanza l’uno dall’altro con identici e “globali” riflessi nel mondo del Calcio e della Musica. La creatività, intesa come capacità di produrre arte a 360 gradi, di mischiare l’ “alto” al “basso”, l’apparentemente semplice all’incredibilmente complesso, è l’elemento che accomuna Cruyff e Bowie in senso assoluto. I due hanno iniziato a “diventare grandi” negli stessi anni (a cavallo tra gli anni ’60 e ’70) ma soprattutto sono accomunabili per lo stile e l’eleganza, la facilità e la leggerezza con le quali eseguivano la loro opera. David mischiava il classico all’avanguardistico: era in grado di giocare con il funky e il soul “ballabili” o passare da un genere all’altro all’interno dello stesso pezzo. Allo stesso modo, Johan alternava la giocata semplice al colpo da fuoriclasse assoluto che spaccava la partita, la diagonale difensiva al numero irridente. E’ bello pensare che adesso se la stiano chiacchierando, Il Profeta del Calcio Totale e il Duca Bianco. Magari… on Mars.

3 – INDIVIDUALISTA
Di cosa parliamo esattamente quando parliamo di “Calcio Totale”? Impossibile sintetizzare interi manuali e sessioni di tattica in poche righe, ma il “Totaalvoetbal”, con il quale l’Ajax di Rinus Michels e Stefan Kovacs ha vinto tutto e la Nazionale olandese ha sfiorato per ben due volte la vittoria di un Campionato del Mondo (con e senza Cruyff, ’74 e ’78), è il sistema di gioco che forse ha più influenzato il calcio moderno: un sistema fluido, senza una fissa interpretazione del ruolo, nel quale un giocatore che abbandona la propria posizione di partenza viene immediatamente “coperto” da un compagno. L’assenza di punti di riferimento non fa che aumentare l’imprevedibilità delle azioni offensive. Il famoso “falso nueve”, del resto, nasce da qui. E da qui derivano i fondamentali concetti di spazio e creazione dello spazio, oltre quello che di squadra corta e compatta. Johan Cruyff ne è stato il massimo interprete ma al tempo stesso l’elemento anarchico, quello in grado di scompaginare le carte con un’individualità, di spaccare il match con un’accelerazione improvvisa o un colpo da biliardo. Perché il Calcio Totale non soffoca l’individualismo, anzi, per certi versi lo facilita. In fondo, cosa sarebbe il Tiki Taka del Barcellona se Messi a volte non decidesse di chiudere da solo le partite?

4 – POLARIZZANTE
Germania Ovest, Mondiali del ’74, la partita è Olanda-Svezia. Corre il 23esimo minuto del primo tempo quando Johann Cruyff decide di ridicolizzare il difensore svedese Jan Olsson con un numero che passerà successivamente alla storia come il “Cruyff Turn”, la “Giravolta di Cruyff”. Il pubblico del Westfalenstadion di Dortmund strabuzza gli occhi e si spella le mani. Tre anni dopo, a Wembley, Johan ripeterà il trick in un 2-0 all’Inghilterra, sicuro che lì avrebbe trovato gente dal palato fino, pronta ad apprezzare… Quando catalizzi l’attenzione di tutti con un numero di questo genere, senza curarti delle conseguenze, allora sei POLARIZZANTE.

5 – CONSAPEVOLE
Il 22 Dicembre 1973 Johan Cruyff realizza una rete spettacolare e memorabile nel 2-1 del Barcellona sull’Atletico Madrid, tassello importante nella vittoria finale della Liga, che tornerà a colorarsi di “azulgrana” dopo ben 14 anni (con 16 reti totali di Johan in campionato, suo record assoluto in Spagna). Su un traversone morbido proveniente dalla destra il Profeta, posizionato sul secondo palo, in posizione decentrata, decide di andarci non di testa o di sinistro a volo, ma in mezza rovesciata di tacco, con il destro! Rete da cineteca. Solo una grande confidenza nei propri mezzi tecnici e una piena consapevolezza delle proprie doti atletiche possono consentire una giocata del genere. E’ il goal che varrà a Cruyff l’altro suo soprannome più celebre: “L’Olandese Volante”.

6 – IMPREVEDIBILE
Il “Cruyff Turn”, la mezza rovesciata di tacco, un rigore tirato “di seconda” 34 anni prima di Messi-Suarez (5 Dicembre 1982, Ajax-Helmond 5-0, Cruyff lo chiuse in rete addirittura dopo un triangolo con Jesper Olsen)… ma anche le sue accelerazioni improvvise palla al piede, partendo praticamente da fermo, spesso dalla sua metà campo. E poi i cross fintati con il destro ed effettuati con il sinistro, per prendere il tempo all’avversario. Ma soprattutto i movimenti senza palla, fondamentali nel Calcio Totale e nel repertorio di Johan. L’imprevedibilità di Cruyff è stata senza dubbio la sua dote più grande, quella che lo ha reso spesso immarcabile dai suoi avversari. E, fondamentalmente, unico.

7 – PROFESSIONALE
Può sembrare l’aggettivo più scontato, ma non lo è affatto. Non si diventa campioni assoluti senza applicazione, sacrificio, impegno costante negli allenamenti. E voglia di superare i propri limiti. La professionalità e l’estremo rigore di Johan Cruyff, da calciatore prima e allenatore poi, hanno seguito di pari passo il suo estro. Negli anni del suo massimo splendore in campo, quello dei tre Palloni d’Oro e delle 3 Coppe Campioni consecutive con l’Ajax, Cruyff dichiarava: “Gli allenamenti quotidiani sono fondamentali. Devi sempre cercare di andare oltre il tuo limite. Quando ti finisce il cosiddetto “primo fiato”, è lì che devi fare lo sforzo più grande, perché è il momento in cui arriva il “secondo fiato” a soccorrerti. Ci sono momenti in cui sembra che ti scoppi il cuore, devi cercare di riportarlo al suo battito normale entro due minuti massimo. Se non ci riesci, è meglio che ti apri una tabaccheria”.

8 – AUTO-IRONICO
“Quello che state per vedere è un film sul calcio, qualcosa che sia io che voi amiamo. Per cui spero che vi piacerà, anche se sarete costretti a vedere un po’ troppo spesso Cruyff in azione…”. Comincia così, con una spruzzata di umorismo quasi britannico, il film-documentario “Il profeta del gol”, realizzato dal mitico Sandro Ciotti nel 1976, nel quale Cruyff si mette a nudo, tra pubblico e privato, nel periodo più intenso e fortunato della sua carriera di calciatore. Quello che il Maestro “Giuanin” Brera definì, altro soprannome passato alla storia, “Il Pelé bianco”, aveva uno spiccato sense of humour che lo ha accompagnato nell’arco della sua carriera, in campo, in panchina e dietro una scrivania. Esistono vere e proprie compilation di “Johan Cruyff quotes”, frasi celebri, battute ficcanti, sempre pronunciate con quell’espressione fissa e quell’occhio un po’ glaciale che lo faceva galleggiare tra l’ironia, il sarcasmo e l’arroganza. Mischiando epoche, stili e personaggi, qualcosa di simile si è rivissuto negli ultimi anni solo con Josè Mourinho. Detestabile dai tifosi avversari quanto maledettamente adorabile dai suoi sostenitori…

9 – GENUINO
La moglie Danny Coster, sposata il 2 Dicembre 1968, e i figli Chantal, Susila e Jordi sono stati i veri punti di riferimento di Johan Cruyff, vicini a lui fino all’ultimo giorno della sua esistenza. Cruyff è sempre riuscito a scindere in modo netto la sua vita da star del pallone da quella privata. Aveva conosciuto Danny (figlia di un ricchissimo commerciante di diamanti, Cor Coster, divenuto poi manager di Johan) al matrimonio del compagno di squadra Piet Keizer, nel 1967, e se ne era perdutamente innamorato. Anche negli anni dei Palloni d’Oro e delle vittorie internazionali con l’Ajax, Cruyff non aveva perso la testa: “Ci sono molti padri che non amano stare in famiglia, Io invece non vedo l’ora di tornare a casa per stare con mia moglie e giocare con i bambini”. Il passaggio al Barcellona e la vetrina mondiale con l’Olanda non cambiarono il Cruyff uomo: era abbastanza comune vederlo passeggiare con la moglie in città, fare la spesa al supermarket o al mercatino rionale, o addirittura fermarsi sulle ramblas a parlare con i tifosi e firmare autografi.

10 – ANTICONFORMISTA
L’anticonformismo, nel look, nello stile di vita e nel modo di stare in campo, è un elemento che ha accompagnato Cruyff in tutto l’arco della sua lunga e splendente carriera di calciatore. Ai tempi d’oro dell’Ajax dei miracoli di Michels e Kovacs, i vari Krol, Suurbier, Neeskens, Keizer, Haan giungevano al campo d’allenamento tutti con la stessa auto aziendale, marchio italianissimo e colore “orange” d’ordinanza. Bene, Cruyff arrivava con un’auto sportiva azzurro-metalizzato, tanto per distinguersi dalla massa… Nelle scelte professionali, Cruyff non è stato da meno: quando, dopo un primo annunciato “ritiro” dal calcio giocato all’età di 31 anni, decise di provare, come altre stelle dell’epoca, la remunerativa esperienza del “soccer” americano della N.A.S.L. (embrione dell’odierna Major League Soccer), non scelse gli epici New York Cosmos (con i quali giocò solo un paio di amichevoli) come avevano fatto, tra gli altri, Pelé, Beckenbauer e Chinaglia, ma i meno quotati Los Angeles Aztecs prima e Washington Diplomats poi. Gli annali registrano anche un paio di bizzarre avventure in Europa per Cruyff: un Mundialito per club giocato niente meno che con la maglia del Milan nel 1981 e una decina di presenze con il Levante, nella Seconda Divisione spagnola. Ma fu l’ultimo anno della carriera di Cruyff quello che si può definire come la “sublimazione” del suo anticonformismo e che, dopo un fortunato ritorno all’amatissima Ajax, lo vide passare nientemeno che agli acerrimi rivali del Feyenoord, con i quali giocò da libero portando a casa il “double” Campionato/Coppa d’Olanda…

11 – RILASSATO
Per Johan Cruyff il controllo mentale ha avuto, nel suo percorso di calciatore e allenatore, un’importanza almeno pari a quella della preparazione fisica. Cruyff sapeva resistere come pochi alle “botte” dei difensori avversari, mantenendo la calma ed evitando reazioni sconsiderate anche verso le entrate da “codice penale”. Se dentro e fuori il rettangolo di gioco sono stati non pochi gli incidenti di percorso che hanno minato il suo autocontrollo (celebri le sue liti nello spogliatoio “Orange” con Keizer prima e Van Hanegem poi), il Cruyff allenatore ha fatto tesoro dell’esperienza sul campo, costruendosi un’immagine di imperturbabilità ed estrema sicurezza che lo hanno fatto apparire come una sorta di “guru” agli occhi di chi lo ha avuto come coach. Alcune sue frasi come “Before I make a mistake, I don’t make that mistake”, o “We must make sure their worst players get the ball the most. You’ll get it back in no time”, sono passate alla storia. Ovviamente, questa estrema confidenza nei propri mezzi ha provocato reazioni uguali e contrarie da parte dei suoi detrattori nei momenti delle sconfitte più cocenti: due in particolare, una da calciatore e una da allenatore, entrambe contro il Milan: la finale di Coppa dei Campioni persa a Madrid nel 1969 (Ajax-Milan 1-4) e la disfatta di Atene nel 1994 (Barcellona-Milan 0-4) ad opera di Fabio Capello.

12 MISTICO
Nonostante abbia passato gran parte della sua carriera da calciatore, allenatore e dirigente in una squadra, l’Ajax, soprannominata “Jews”, Cruyff non era ebreo, come molti hanno scritto, ma dichiaratamente ateo. Negli anni in cui giocava a Barcellona, con la solita proverbiale ironia e una punta di cinismo, un giorno dichiarò: “In Spagna, prima di ogni partita, tutti e 22 i calciatori si fanno il segno della croce. Se funzionasse veramente, ogni incontro dovrebbe finire in parità…” Il percorso calcistico e umano di Johan Cruyff ha però regalato alcuni interessanti spunti legati a religione e spiritualità. Dopo la vittoria della prima Liga con il Barcellona, al momento della benedizione del Trofeo in chiesa, come da tradizione, Cruyff appariva visibilmente emozionato. Anche la scelta di chiamare il figlio Jordi, in onore di San Giorgio, patrono della Catalogna, all’epoca incuriosì non poco.

13 – ANTI-AUTORITARIO
Johan Cruyff non ha soltanto scelto Barcellona e la Catalogna come luogo in cui vivere ed esercitare la propria professione, ma ha interpretato l’ “essere catalano” come un vero e proprio credo politico e sociale. Quando nel 1974 nacque Jordi (che molti ricordano come calciatore di discreto livello ma con una carriera, ahimè, segnata dall’inevitabile e schiacciante paragone con il padre…), Johan fu costretto a registrarne il nome nei Paesi Bassi, perché all’epoca il franchismo, ancora vigente in Spagna, vietava nomi che ricordassero il nazionalismo catalano. Cruyff ha sposato la causa catalana anche sportivamente, con due presenze da calciatore nella Selezione Catalana, Nazionale “unofficial” che il Profeta ha poi allenato tra il 2009 e il 2013. “Anti-autoritario”, in un certo senso, è stato anche il Johan Cruyff dirigente: dai messicani del Chivas nel 2012 ai suoi “amori” calcistici, Ajax e Barcellona, l’esperienza dietro la scrivania è stata infatti costellata da forti divergenze con le proprietà e i Consigli d’Amministrazione, chiudendosi sempre con amari divorzi…

14 – INNOVATIVO
Pensate a Messi, Xavi ed Iniesta, i 3 campioni che hanno reso il Barcellona stellare. Ma anche a Fabregas, Piqué, Pedrito e molti altri. Se la “cantera” del Barcellona è diventata una fucina di giovani talenti del calcio internazionale lo si deve proprio a Cruyff: fu lui nel 1979 a proporre all’allora Presidente del Barcellona Josep Nunez di esportare il cosiddetto “modello Ajax” in Catalogna, trasformando “La Masia” da storica residenza settecentesca e sede delle giovanili azulgrana nel moderno convitto-accademia che conosciamo, diventato nel corso degli anni una super-organizzata Fabbrica di Campioni. Il Cruyff uomo ha invece creato nel 1997 la Cruyff Foundation, organizzazione umanitaria con campus e attività per bambini disabili, che continuerà ad esistere anche senza di lui. Così come il Johan Cruyff Institute, che organizza Master per la formazione di dirigenti sportivi, con corsi e programmi personalizzabili. Perché la vera forza di Johan Cruyff è sempre stata quella di guardare “oltre”.
Questa è L’eredità del “Profeta”, bisogna solo saperla raccogliere.

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